VINO E MUSICA, RECIPROCA ATTRAZIONE.

Ho dimestichezza con il vino esclusivamente con la passione di chi ama - innanzitutto - goderne. Per una volta, ho provato ad esplorare un nuovo punto di vista ed il risultato è stato tanto stimolante da indurmi a riprovarci ancora e poi ancora: l'abbinamento musicale in una visione del tutto personale.

È cominciato così: un amico mi chiedeva un grande sforzo immaginativo nell’assaggio: il contrasto tra i sentori di albicocca e di agrumi in un buon bianco. La cosa mi ha fatto - inizialmente - pensare a Peace di Ornette Coleman, un jazz magnifico dove si libera l’improvvisazione dalle costrizioni musicali, dove ogni strumento è legato al temperamento degli altri, dove il pathos è quella cosa che ti scivola in gola e ti riconcilia con il mondo. Peace, appunto. Un istante dopo, è comparsa tra i miei pensieri la versione orchestrale di The Lady Rachel di Kevin Ayers: sublime malinconia esistenziale, elegante nostalgia, e gioia di vivere al tempo stesso. Un sorso appena, e il vino che avevo assaggiato ha fatto sparire un sentore, per farlo poi riapparire per incanto all'interno dell'altra sensazione che ne ha preso il posto. “Un vino eccentrico” - gli ho risposto - “consigliato ai dandies solitari e decadenti". Il mio amico sembrava divertito.

Ci ho preso gusto ed ho provato un corposo rosso. Sembrava raccontare di un mistero gentile, come i frutti scuri che custodiva all'interno. Sembrava di immergersi tra le folate di organo Hammond di Hymn to Mother Earth di Afreaka: carnali movimenti afro-caraibici stemperati da cori liturgici. Sembrava di sprofondare nella ballata sciamanica di I'm the One diAnnette Peacok, dove il languido, soffice blues viene illuminato da bagliori soul. Un vino dall’intensità segreta, dedicato a chi ama indagare sull'intimità e si perde tra le possibili spiegazioni. Senza sceglierne, possibilmente, nessuna.

Infine, un gran riserva, nero come l’inchiostro: squisita, fitta struttura come quella di Nina Simone in Ain't got no... I've got Life. Una robusta sensazione travolgente come un ritornello di poche note che però tradisce non poche sorprese, assaggio dopo assaggio. Per questo ho immaginato di abbinarlo anche ad una composizione a prima vista contraddittoria come la seconda delle Trois Gymnopédies di Erik Satie. Quel nettare prezioso si gustava su due dimensioni parallele che - apparentemente - non si sarebbero sfiorate mai, e questa era la sua principale virtù. Probabilmente ero già pressoché ubriaco e desideroso di complicità, ma trovai il vino per nulla superficiale e i brani perfetti per un'audience appassionata. La serata finì li.

Posso affermarlo: esperimento riuscito, che ripeterò, se non altro per il gusto di raccontare la musica a chi ama il vino e sa bene come non prendersi troppo sul serio.

 

A cura di Sandro Leucci